Pentedattilo: mistero, amore e morte… Di Ida Luigia Tedesco

Rieccomi cari amici e ben ritrovati,
avete voglia di continuare insieme il nostro viaggio di scoperta?
Bene, c’è un luogo dove voglio portarvi oggi in cui il tempo sembra essersi fermato dove l’unico suono è il “rumore” del silenzio, un posto in cui una natura bizzarra si è divertita a disegnare paesaggi surreali in cui mistero, amore e morte si insinuano tra le pieghe della roccia…

Siamo nell’estremo sud della costa ionica calabrese e, lasciandoci alle spalle il blu di un mare cristallino, ci inoltriamo in una natura aspra e selvaggia. La strada è in salita e, tra le linee ondulate del terreno che guidano lo sguardo, improvvisamente aggrappato alle rocce, un borgo.

Siamo a Pentedattilo il cui nome, dal greco “Pènta dàktylos, anticipa l’immagine di fronte ai nostri occhi, un intricato dedalo di case silenziose raccolte come nel palmo di una gigantesca mano, cinque possenti dita che lo cullano e lo custodiscono.

Secondo tradizione a fondarla furono i greci calcidesi , fiorente centro per tutto il periodo romano data la sua funzione strategica di controllo sulla fiumara Sant’Elia, via privilegiata per raggiungere l’Aspromonte. Fu sotto il dominio bizantino poi normanno, feudo di vari Signori prima di essere gravemente danneggiata dal terremoto del 1783 e gradualmente abbandonata fino a diventare un “paese fantasma”.

Arriviamo ai piedi del borgo e non sentiamo altra voce se non quella del vento, solo solitudine e mistero… Ci inoltriamo tra i vicoli, un labirinto di strette viuzze costeggiate da case dirute e muretti a secco che lasciano spaziare lo sguardo fino al mare. Raggiungiamo la chiesa dei Santi Pietro e Paolo che sembra essere l’unica superstite inviolata dallo straziante scorrere del tempo e proseguendo scorgiamo, nella parte più alta della rupe, i ruderi del castello antico testimone di una tragica storia d’amore e morte…

Nella mente allora tutto si rianima, quei silenzi diventano voci, voci concitate in una lontana notte di Pasqua del 1683…

Due famiglie rivali i marchesi Alberti, proprietari del castello, e gli Abenavoli, signori di Montebello e antichi possessori della rocca. Tra ripicche e vecchi rancori nasce la passione, il barone Bernardino Abenavoli si innamora di Antonietta Alberti, già destinata al matrimonio con il Vicerè di Napoli. Il diniego di Lorenzo, fratello della ragazza, fa indignare Bernardino che ferito nei sentimenti e nell’orgoglio la notte del sabato santo irrompe nel castello con un manipolo di uomini armati, tutti i presenti vengono uccisi, Antonietta rapita e sposata contro la sua volontà. Braccati e costretti a nascondersi finiranno divisi i loro giorni, Antonietta rinchiusa in un convento, Bernardino morto in battaglia. Le mura di queste case, i ruderi del castello, i pinnacoli di queste rocce rimangono gli unici testimoni ed il loro sgretolarsi è quasi una “maledizione” per il sangue versato, qualcuno racconta che nelle notti più cupe il silenzio è rotto ancora da terribili lamenti…

Questo amici è un altro di quei borghi incantati, un altro angolo della nostra terra dove la forza di una natura “amara”, la storia e la leggenda si confondono, un altro luogo in cui “andare lenti” e respirare magia.

Ida Luigia Tedesco – Guida Turistica Abilitata Calabria

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